Morlino sul "Riformista"

Con piacere inserisco questo articolo apparso sul "Riformista" che mi ha inoltrato il Prof Leonardo Morlino...
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Attento Veltroni, la terza via è finita - “Il riformista”

Leonardo Morlino


Per anni abbiamo pensato che la ‘terza via’ avrebbe portato lontano. Soprattutto il ripensamento neo-liberale e flessibile delle politiche economiche e l’alleggerimento dei vecchi, ormai ingombranti apparati di partito, avrebbero rigenerato la sinistra portandola verso un nuovo e radioso futuro. In questo senso, Blair e Clinton, soprattutto, sono stati leader che per diversi anni hanno costituito un punto di riferimento per tutto il resto della sinistra, specie europea. Che Marx fosse morto e seppellito da tempo importava poco. Che la caduta del muro di Berlino sancisse il fallimento economico di alternative politiche autoritarie era un’ottima notizia anche per la sinistra democratica che si trovava a godere della grande opportunità di avere uno spazio politico più ampio. Che le gioiose ‘macchine da guerra’ partitiche si fossero liquefatte era, anch’esso, un’altro aspetto positivo perché in questo modo le ingombranti burocrazie partitiche scomparivano e i leader avevano ben maggiore facilità di cambiare le proprie proposte politiche verso l’esterno e di riorganizzarsi internamente. In breve, sulla scia dei successi di Blair e Clinton, alle altre sinistre europee bastava cogliere i diversi aspetti positivi che si presentavano per ‘conquistare’ nuovi elettori e molti anni di governo.
Le illusioni sono, però, durate solo qualche anno. La sconfitta recente della sinistra italiana è solo l’ultima di una serie che, andando a ritroso, è passata per la Francia, per la Germania, dove il glorioso partito socialdemocratico è un partner minoritario di una coalizione moderato-conservatrice, e per diversi altri paesi del nord Europa, anch’essi una volta patria incontrastata della sinistra. La stessa apparente eccezione spagnola va vista più da vicino e con occhi diversi quando si considera che il partito popolare ha in realtà guadagnato voti e seggi e alla fine Zapatero si è salvato a danno della sinistra estrema, in un spazio complessivo destra-sinistra non radicalizzato.
Allora, è finita? Non c’è più futuro, soprattutto in un quadro in cui la stessa destra si è modernizzata sul piano organizzativo ed ha rivolto il proprio appello ai ceti economicamente più bassi assumendo temi e forme neo-populiste? Ottimisticamente, si potrebbe sostenere che basterà aspettare. Approfittando di leggi elettorali che spingono alla bipolarizzazione la sinistra tornerà inevitabilmente al governo come risultato dell’insoddisfazione e dei problemi non risolti in tema di immigrazione, impatto della globalizzazione e assenza di crescita economica.
E se non fosse così? Se i termini stessi del confronto politico con l’altra parte dovessero essere ripensati? Se oltretutto l’elettore di sinistra fosse ormai irrimediabilmente perduto nell’astensione cronica? Una riflessione comparata sul passato recente delle nostre democrazie ci può aiutare? Un suggerimento – importante – che quella riflessione ci dà è semplice: sono state tre le divisioni di fondo che nella storia europea si sono tradotte in altrettanti conflitti politici sostenuti da partiti di parti opposte: la religione, la classe sociale e il territorio. Se per ragioni diverse religione e classe non riescono più ad aggregare e mobilitare politicamente in quanto idee e comportamenti connessi sono scomparsi o largamente marginali e minoritari, rimane il territorio come unico ambito di confronto. Ma questo che cosa significa per una sinistra che ha smarrito la sua ‘via’, dal momento che territorio ha significato di solito conflitto tra centro e periferie?
La risposta sembrerebbe semplice: la sinistra si deve ripensare senza cercare facili e apparentemente miracolistici slogan focalizzando sforzi e programmi nel governo del territorio, anche se a livello locale si sta all’opposizione. Questo non può significare ricostituzione di comunità che spesso non esistono più, né si possono ricreare in quanto basate su cultura e tradizioni in larga misura scomparse. Significa, innanzi tutto, attenzione alla sicurezza personale dei cittadini e a tutti i servizi sociali, dalla sanità all’assistenza degli anziani, che si svolgono soprattutto nel territorio e a contatto con i cittadini. La presa d’atto della frammentazione dei territori dovrà essere superata da una leadership unificante - e questa è la lezione di Blair che rimane - che colleghi i diversi territori con una modernizzazione della comunicazione elettorale e, più in generale, politica, che sviluppi e metta meglio a punto quanto Veltroni ha dovuto fare in gran fretta e qualche errore nel poco tempo a disposizione prima delle elezioni.
Come fare più in concreto a costruire un tale futuro per la sinistra italiana è un altro discorso che passa anche dalla sistemazione dei rapporti con tutto l’arcipelago degli altri gruppi, da Rifondazione ai Verdi, che affiancano il PD. Ma questa prospettiva di ripensamento della sinistra da un significato diverso a parecchi temi: dal significato effettivo delle primarie, se pensiamo ad aspetti più interni ai partiti, all’importanza centrale del federalismo fiscale, alla crucialità della soluzione dello smaltimento dei rifiuti, alla ripresa del controllo del territorio in diverse zone del sud. (In questa prospettiva, peraltro, si comprende come quello che è accaduto a Napoli e dintorni sia un vero campanello d’allarme per tutta la sinistra.). In breve, una agenda densa di contenuti e di problemi, non tutti risolvibili.

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